SEZIONE: ISTITUZIONI, ASSOCIAZIONISMO E RIFORME

Lombardia, 1546 Comuni: troppi?

10 Marzo 2008
 
C’erano una volta due piccoli paesi,uno vicino all’altro. Si trovavano sotto l’argine maestro del grande fiume, tra i boschi dei pioppi e i ghiaieti scottati dal sole. Due paesi, due municipi, due castelli, due campanili e un traghetto per raggiungere l'altra riva. Il più piccolo arrivava a malapena a 200 abitanti. L’altro, invece, ne aveva duemila. Il primo era diventato un paese di vecchi: chiuse la scuola materna e elementare, chiusa l’ultima posteria, non era rimasto più neppure il prete ad abitare nella vecchia casa di fianco alla sagrestia. Valeva la pena tenere in vita l’attività di un municipio autonomo, in quelle condizioni? I due consigli comunali ne discussero a lungo, e poi assunsero la solenne unanime decisione: i Comuni si sarebbero unificati. Il prefetto, quando gli sottoposero le delibere, dettò le sue condizioni. Era necessario un referendum nel corso del quale si pronunciasse la gente, e per arrivare all’aggregazione avrebbero dovuto vincere i favorevoli, ma senza sommare i voti: i “sì” avrebbero dovuto prevalere da ambedue le parti. Andò a finire che stravinsero i fautori dell’aggregazione nel Comune più grande, mentre in quello più piccolo i “no” rasentarono la maggioranza assoluta. Risultato: quarant’anni dopo il referendum, i due paesi hanno ancora il propriomunicipio autonomo e il proprio consiglio comunale, anche se il centro più piccolo (che oggi di residenti ne ha una cinquantina) fa un’immane fatica a mettere insieme una lista, ogni volta che si tratta di eleggere il sindaco. Ma tant’è. Viva la libertà. Questo non è un caso limite, perché in Lombardia di Comuni ce ne sono 1546 e il loro numero è il più alto d’Italia. La stragrande maggioranza di questi municipi conta meno di duemila abitanti. Alcune aree alpine pullulano di paesi con sindaci che amministranomeno di 300 residenti. Piccolo è bello anche lungo il Po. È giusto, è sbagliato tenere in vita queste realtà piccole come francobolli? Dietro alla difesa ad oltranza della propria autonomia non c’è la spasmodica ricerca di un cadreghino a tutti i costi o la becera volontà dei sindaci di indossare sulla pancia la fascia tricolore. Tutt’altro: provate voi a mandare avanti i servizi sociali e a gestire lo scuolabus con due soli dipendenti, se siete capaci. Dietro ai millecinquecento Comuni di Lombardia ci sono millecinquecento storie che affondano le radici nell’anno Mille, ci sono le diversità forgiate dai dialetti, le tradizioni incarnate nelle identità culturali e scandite dai suoni delle campane. Le ruote dei mulini, il martellare delle fabbriche e i muggiti delle vacche. 1546 Comuni, uno differente dall'altro. Eppure la domanda è d’obbligo: ha senso, alla soglia del terzo millennio, tenere in vita queste micromunicipalità? Racconta Carlo Pizzamiglio, per tanti anni sindaco di un Comune di poche decine di anime: «La soppressione dei microcomuni equivarrebbe a cancellare non solo il nome storico di una comunità, ma la storia stessa di un territorio, quella parte di storia che rende spesso comprensibile il contenuto degli avvenimenti di un intero contesto territoriale. La legge n. 142/90 proclama che ”è l’ente locale che rappresenta la propria comunità, ne cura gli interessi e ne promuove lo sviluppo”. È una legge che contempla la fusione di più Comuni, con popolazione inferiore anche ai 10.000 abitanti: una opportunità, di fatto, per migliorare la qualità dei servizi ai cittadini senza snaturare le peculiarità delle comunità minori. Ma per raggiungere tale obiettivo deve realizzarsi una unione di comuni identificabili in un’unica municipalità. Esistono le condizioni per un simile passaggio?». E fino a quando i piccoli Comuni sono disponibili a mettersi insieme? Oppure la strada che preferiscono imboccare è un’altra?
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