SEZIONE: TECNOLOGIA E INNOVAZIONE
L'Esperto

Cloud e costi dell'informatica nella P.A.

28 Novembre 2019
 

di Maurizio Piazza (esperto ICT ReteComuni)

 

Scopo di questo articolo è parlare, in primis agli amministratori, dell’importanza del sistema informativo nella pubblica amministrazione e lo faremo affrontando alcune questioni legate alle infrastrutture informatiche ed in particolare al tema del passaggio dai “data center” locali al “cloud” nella pubblica amministrazione locale.
 

Il quadro entro cui affronteremo l’argomento tiene conto che, anche a seguito degli aggiornamenti normativi degli ultimi anni, l’organizzazione dell’attività amministrativa è da considerarsi “innanzitutto digitale” [digital first], con la prospettiva di diventare sempre più “digitale per definizione” [digital by default], e richiede per obbligo (normativo) o per necessità (perché non si può fare altrimenti), il ricorso a sistemi informatici per la sua operatività.
 

Di conseguenza, le infrastrutture informatiche sono l’indispensabile supporto di un sistema informativo complesso che il Piano Triennale per l’informatica nella Pubblica Amministrazione delinea come un vero e proprio “sistema operativo” per l’intero paese. Un sistema articolato su più livelli cui ciascuna amministrazione partecipa e con i propri sistemi concorre alla sua realizzazione.
 

Quindi ogni amministrazione, a qualsiasi livello, si deve muovere in coerenza con le strategie che, come ormai siamo abituati a conoscere, prendono forma nel quadro europeo, acquistano corpo a livello nazionale, vengono supportate nella loro attuazione a livello regionale per arrivare fino a noi, al nostro territorio, alla nostra amministrazione, fino alla nostra singola postazione di lavoro.
 

Il tema è particolarmente sentito, perché coinvolge tutti gli aspetti della vita amministrativa e del funzionamento degli Enti Locali, ma ancor più perché tocca la questione delle risorse ed in particolare il tema dei “costi dell’informatica”.

 

I costi dell’informatica
 

Senza voler generalizzare né tantomeno banalizzare la questione, si può riassumere che in maniera diffusa fra gli amministratori locali si riconosce l’esigenza di innovazione della pubblica amministrazione, l’importanza di rendere effettivi i diritti digitali dei cittadini e delle imprese, la necessità di essere trasparenti, efficienti, efficaci, imparziali. Ma, nello stesso tempo si raccoglie un’idea, anche questa piuttosto diffusa, che si ha l’impressione di spendere troppo per l’informatica.
 

L’aver introdotto, con la finanziaria 2016 (articolo 1, commi 512-515, legge 208/2015), la riduzione nel triennio 2016-2018 della spesa media per l'acquisto di beni e servizi di natura informatica del 50% rispetto alla spesa media del triennio 2013-2015, se mal compresa ed applicata solo nell’ottica contabile, ha l’effetto di rafforzare l’idea che le “spese informatiche” siano un “un costo da tagliare” e che su quelle “dobbiamo risparmiare”.
 

E una delle strade individuate per ottenere questo “risparmio”, oltre ad un generale ricorso all’idea di esternalizzazione, è sicuramente quella di “andare in cloud”!
 

Il cloud in senso lato, viene infatti identificato come una soluzione che, fra altri benefici, ha quello dell’economicità rispetto alle soluzioni on premise (il classico data center realizzato e gestito in casa propria). E la letteratura di settore ci viene in aiuto in questo, ma evidenziando che i benefici economici vanno letti e collocati all’interno di un quadro complessivo di valutazione di quella che è una vera e propria trasformazione di sistema.

 

Cloud: costi e benefici
 

Il tema è ben riassunto nell’articolo “Una strategia per le infrastrutture digitali della Pubblica Amministrazione”, anche questo a firma Paolo De Rosa in collaborazione con Luca Attias  e Simone Piunno del Team per la Trasformazione Digitale: “l’infrastruttura tecnologica è stata sviluppata e organizzata in maniera casuale, lasciando le decisioni all’iniziativa di ogni singola amministrazione, senza una visione d’insieme, un coordinamento, una pianificazione. Il risultato è una giungla di migliaia di piccoli centri di elaborazione dati (cd. CED, tradizionalmente l’infrastruttura informatica) tra loro poco interconnessi, realizzati con standard qualitativi bassi e senza adeguate misure di sicurezza, spesso gestiti con risorse insufficienti in termini di competenze e budget”.
 

E proseguendo viene ricordato che “Il Piano Triennale per l’informatica nella pubblica amministrazione 2017–2019, nell’ambito di un più generale processo di trasformazione digitale del Paese, ha avviato un percorso dedicato alle Infrastrutture IT, gettando le basi da un lato per la razionalizzazione di tutte le strutture fisiche (Data Center) esistenti, dall’altro per l’introduzione di Infrastrutture IT più sicure e affidabili”. Infatti si sottolinea che è previsto un percorso che porterà alla “razionalizzazione dei Data Center esistenti, attraverso la dismissione di quelli obsoleti o non sufficientemente sicuri/affidabili” e che questo “consentirà una riduzione della spesa pubblica grazie alle forti economie di scala”.
 

Riecco affacciarsi il tema della “riduzione della spesa pubblica”, sottolineando però che parliamo di una condizione a tendere (“che consentirà” viene detto nell’articolo). Inoltre, si ricorda che alcuni benefici economici sono ascrivibili ad un percorso complessivo che coinvolge l’intero sistema pubblico (le citate “economie di scala”).
 

E il concetto viene ripreso nella descrizione di tale percorso strategico che si fonda su “l’introduzione del paradigma Cloud nell’ambito della PA” e che “consentirà di ottenere una più alta qualità e sicurezza informatica a un costo molto minore, aumentando notevolmente l’affidabilità delle Infrastrutture IT e facilitando così il rinnovamento complessivo dei servizi IT nel Paese”.
 

A legger bene, la riduzione dei costi sarà quindi da misurarsi in relazione all’innalzamento dei livelli di sicurezza e qualità, quindi non in diretta confronto con gli attuali livelli di spesa.

 

Innovazione e contenimento della spesa
 

L’articolo “Dalle infrastrutture ai servizi - L’impatto del Cloud nella Pubblica Amministrazione”, di Paolo de Rosa, del Team per la Trasformazione Digitale che fa capo alla Presidenza del Consiglio, ci aiuta a mettere in luce alcuni di questi aspetti.
 

“L’introduzione del paradigma Cloud nell’ambito della PA consentirà di ottenere una più alta qualità e sicurezza informatica a un costo molto minore”. Infatti se ciascuna amministrazione dovesse in proprio raggiungere elevati livelli di sicurezza i costi sarebbero molto alti, se non addirittura improponibili rispetto al ricorso a soluzioni cloud. Infatti sarebbe sbagliato e riduttivo ricondurre il tema cloud ad una valutazione principalmente economica. Infatti l’articolo ci ricorda che “I vantaggi nell’uso del Cloud per una PA non si apprezzano solo sul piano economico” e ci invita a considerare tutti gli aspetti, a cominciare dalla “complessità gestionale che implica amministrare l’infrastruttura fisica e logica dei servizi IT” per passare a “il personale, gli aggiornamenti, la sicurezza fisica dei locali, l’antincendio, il monitoraggio 24/7, etc.”.
 

Innovazione, trasformazione digitale e contenimento della spesa non sono di per sé antitetici. All’emanazione di nuove norme ci viene “ricordato” (qualcuno fa notare “anche troppo spesso”) che le attività previste da questo o da quell’altro articolo “si svolgono con le risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente”. Tuttavia su questo aspetto va fatta qualche riflessione.
 

E’ evidente che per sviluppare nuovi servizi (digitali) per cittadini e imprese, realizzare nuove infrastrutture (informatiche) o adeguare la dotazione applicativa a supporto dell’attività amministrativa è necessario investire risorse. Infatti, parlando di informatizzazione, le valutazioni economiche dovrebbero prendere in esame “su cosa investire” più che “su cosa risparmiare”.

 

Dalle infrastrutture ai servizi
 

E veniamo al cuore della questione, il passaggio dai data center locali (on premise) a soluzioni cloud.
 

Se la strategia è chiara nelle sue logiche, quando si passa all’attuazione le cose si complicano. La migrazione dell’infrastruttura e delle applicazioni è in realtà un processo che, partendo dalle condizioni date, pianifica un percorso per la migrazione in cloud sfruttandone le caratteristiche e le qualità per ottenere i benefici attesi, compreso quelli economici.
 

Citando quanto scritto Andrea Tironi di Consorzio IT, una società pubblica che opera per una cinquantina di Comuni nel cremasco, nell’articolo Stop ai datacenter nei piccoli comuni: guida pratica alla migrazione: “serviranno procedure specifiche e particolare attenzione per eliminare i data center nei piccoli comuni [ma il discorso non vale solo per loro ndr] e migrarli al cloud” sapendo che “date le condizioni di molti enti italiani, per la maggior parte di piccole dimensioni, sarà un obiettivo complicato”. Pubblicato a giugno di quest’anno su agendadigitale.eu, l’articolo affronta l’argomento passaggio al cloud in maniera pragmatica, partendo da una fotografia realistica delle realtà locali, ponendo al centro il tema delle competenze e della governance che fanno capo al Responsabile per la Transizione Digitale.
 

La prima cosa che si scopre è che le condizioni di partenza sono apparentemente simili fra le differenti realtà locali. Apparentemente nel senso che è vero che tutti ricorriamo ad analoghe soluzioni informatiche (server fisici e virtuali, basi dati, cartelle condivise, applicazioni gestionali e di office automation, sistemi di posta elettronica e servizi web, ecc.) e tendenzialmente ad analoghi modelli organizzativi, ma nella realtà si riscontrano livelli di realizzazione e di complessità differenti che scontano stratificazioni ed accumuli, di soluzioni e di problemi, frutto della storia organizzativa, tecnologica ed amministrativa di ciascuno.
 

La seconda riguarda il “punto di arrivo”, cioè la scelta fra le differenti soluzioni cloud (IaaS, PaaS, SaaS) disponibili o praticabili, ma quale adottare? Quale è la più adatta, anche sotto il profilo economico, alla mia situazione?
 

Un’indicazione ci viene dall’articolo già citato Dalle infrastrutture ai servizi “… adottare progressivamente una strategia Cloud First che dovrebbe portare a scegliere in prima istanza le soluzioni SaaS”, cioè soluzioni orientate ad utilizzare (e pagare) “servizi applicativi” (anagrafe, contabilità, protocollo, posta elettronica, sito web, ecc.) e non “infrastrutture” (server, sistemi operativi, data base, ecc.). Sottolineando però, se le soluzioni disponibili in tale modalità sono “rispondenti alle esigenze concrete e/o più utili allo scopo perseguito”.
 

I casi di applicazione più evidenti sono la posta elettronica e in generale tutti i servizi legati al web (siti e portali, servizi online, ecc.) che alcuni Enti gestiscono ancora con propri sistemi. Analogo discorso vale per le principali soluzioni applicative a supporto dell’operatività dei servizi comunali. Nella maggior parte dei casi, le applicazioni che oggi sono installate su server locali sono disponibili anche in modalità cloud (dello stesso o di altri fornitori). Il passaggio a tale soluzione, oltre a sgravare l’Ente di incombenze ed oneri gestionali, ottiene fin da subito i benefici tipici del cloud, soprattutto in termini di scurezza e di continuità operativa.
 

Tale passaggio al cloud SaaS è quello che normalmente ha minor impatto organizzativo e operativo, ma anche economico (comunque ci sono costi da prevedere).
 

Naturalmente lavorare in cloud comporta un’attenta valutazione, e ove necessario l’adeguamento, della connettività in uso, sia in termini di banda (requisito che dipende molto dalle applicazioni e dai servizi in uso), sia in merito alla disponibilità ed alla qualità del servizio (linea di backup, livelli di servizio garantiti, ecc.).

 

Il Cloud Marketplace di AgID
 

Nel documento AgID che definisce Il modello di Cloud della PA per attuare tale strategia “Cloud First” viene meglio precisato che “Al fine di selezionare, nell’ambito del Cloud della PA, il servizio e la modalità di erogazione più rispondenti alle esigenze dell’Amministrazione è opportuno applicare la preferenza SaaS First, ovvero indirizzare la propria scelta sui servizi SaaS già presenti e attivi nel Marketplace Cloud”
 

Il Cloud Marketplace di AgID, per chi non lo conoscesse già, è la piattaforma che espone i servizi e le infrastrutture qualificate secondo quanto disposto dalle Circolari AgID n. 2 e n.3 del 9 aprile 2018.
 

Sul sito è disponibile il Catalogo dei servizi Cloud qualificati per la PA in costante aggiornamento a seguito di nuove qualificazioni di soluzioni e servizi disponibili. Ed è importante sapere che “a decorrere dal 1 aprile 2019, le Amministrazioni Pubbliche potranno acquisire esclusivamente servizi IaaS, PaaS e SaaS qualificati da AgID e pubblicati nel Cloud Marketplace”.
 

Quindi è tramite tale catalogo (oltre che con le convenzioni CONSIP attive, fino alla loro scadenza) che si sviluppa il mercato delle soluzioni disponibili per attuare il passaggio al cloud dei servizi e delle infrastrutture, secondo le proprie necessità o possibilità.

 

E se non posso mettere in atto la strategia SaaS First?
 

Le difficolta maggiori, che richiedono competenze tecniche ed esperienza (che oggi quasi nessuno ha nello specifico della pubblica amministrazione locale), sono quando, per ragioni diverse che sarebbe molto lungo riassumere qui, non si può sfruttare la strategia SaaS First (se non in limitate applicazioni) e si deve affrontare la migrazione di gran parte dell’infrastruttura tramite servizi cloud IaaS (Infrastruttura come Servizio) e/o PaaS (Piattaforma come Servizio).
 

Dalle informazioni raccolte sul campo, negli incontri formativi sul Piano Triennale nell’ambito delle iniziative di Comuni Digitali (iniziative promosse da Regione e ANCI Lombardia) e in un tavolo di lavoro ReteComuni che si è recentemente tenuto fra alcuni responsabili di sistemi informativi di Enti Locali singoli e in gestione associata della Lombardia, emerge una casistica molto articolata e complessa, sia sotto il profilo dello stato di fatto dei data center da far migrare in cloud, sia nel merito del percorso da intraprendere e delle soluzioni da adottare, quando si prende in considerazione l’intera infrastruttura di servizio locale (servizi di dominio, dbase, applicazioni, dati e documenti, ecc.), compresa la possibilità di virtualizzazione delle postazioni di lavoro.
 

Nella maggior parte dei casi emersi e discussi, si prospetta una migrazione che prefigura una replica “così com’è” del data center locale in un corrispondente “data center cloud” basato su servizi sostanzialmente IaaS (con qualche opportunità di sfruttare servizi PaaS quando fattibile con limitati interventi di riorganizzazione).
 

Una strada praticabile in tempi relativamente brevi, che sfrutta le virtualizzazioni dei server ormai ampiamente diffuse a livello locale, ma che sconta anche un modello organizzativo che ha visto proliferare proprio le macchine virtuali oltre ad ereditare soluzioni e configurazioni particolari per far operare (ed anche interoperare) software applicativi di non proprio recente concezione. Strada sicuramente pragmatica e realistica, ma che, pur a fronte dei benefici tipici della migrazione in infrastrutture cloud, non ha però nell’economicità il suo punto di forza, dovendo ricorrere (anche se temporaneamente) ad un utilizzo non certo ottimale delle risorse cloud.
 

La prospettiva più corretta sarebbe poter attuare, con i tempi richiesti (non certo brevi) e con una attenta valutazione di impatto sui servizi interni e sui costi, un percorso di riorganizzazione profonda se non addirittura completa del sistema informativo, sfruttando al meglio le soluzioni applicative in SaaS e riorganizzando i rimanenti sistemi per un efficace ed efficiente utilizzo dei servizi cloud IaaS/PaaS.

 

Per approfondire
 

L’argomento cloud è vasto e complesso. In questo articolo abbiamo toccato alcuni aspetti, offerto alcuni spunti di riflessione anche in merito ai costi dell’informativa e dell’innovazione.
 

Per chi volesse approfondire gli argomenti trattati, può trovare in rete molte risorse utili sapendo però che, anche quelle più orientate alla divulgazione, richiedono comunque una certa competenza. Per i non addetti ai lavori, districarsi tra IaaS, PaaS e SaaS o fra Public, Private e Community Cloud o ancora fra CSP, SPC e PSN potrebbe non essere così facile.
 

Oltre ai link agli articoli citati nel testo, e al portale di AgID con la sezione dedicata alle infrastrutture Cloud della PA, i siti di riferimento sono innanzitutto Cloud Italia per il “Cloud della Pubblica Amministrazione e l’adozione del modello cloud computing nelle amministrazioni italiane”, poi ci sono il Piano Triennale ed in particolare il capitolo Infrastrutture e infine, sulla piattaforma Docs Italia, fra gli altri documenti e linee guida pubblicati, il documento AgID che descrive il modello del Cloud della PA aggiornato al 1 ottobre 2019.
 

Se serve a consolare il lettore meno esperto, non credo di essere smentito se affermo che anche fra gli “addetti ai lavori” (a parte forse qualche super specialista del settore) non è poi così facile comprendere appieno le molteplici implicazioni e le sfaccettature del “paradigma cloud”, senza che affiorino dubbi, incertezze e difficoltà nell’affrontare un mondo oggettivamente molto diverso da quello in cui fino ad oggi ci siamo mossi.

 

 

 

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