SEZIONE: WELFARE E POLITICHE GIOVANILI
STORIE

The Bike Project ricicla le vecchie bici per donarle ai migranti

8 Giugno 2017
 

Ci sono centinaia di biciclette, ancora utilizzabili, abbandonate nei garage londinesi o tristemente lasciate a prendere polvere sui balconi. The Bike Project, un gruppo di amanti delle due ruote di stanza a South London, ha deciso di recuperarle, rimetterle in buono stato e donarle ai rifugiati che arrivano in città, per cui il costo del trasporto pubblico è inaffrontabile. Tanto da rendere impossibile, per la maggior parte di loro, raggiungere i servizi essenziali come il medico, la scuola, i colloqui di lavoro.

Per tutti, la possibilità di raggiungere i servizi essenziali
The Bike Project, segnalato tra le iniziative più interessanti dall'Agenzia per i Rifugiati dell'Onu, ha anche un servizio di training, con cui insegna ai migranti come aggiustare le bici e rimetterle in grado di stare su strada.
Jem Stein, il fondatore, ha raccontato così la genesi del progetto: "L'idea mi è venuta mentre ero studente alla London School of Economics. Mi ha sconvolto sapere che Adam, un rifugiato del Darfur a cui facevo da mentore, aveva un budget di sole 36 sterline alla settimana per sopravvivere in città. Una cifra con cui è praticamente impossibile pagarsi gli spostamenti dal centro accoglienza a servizi essenziali come il dottore, la scuola, ma soprattutto i colloqui di lavoro che permetterebbero di costruirsi un futuro migliore, con delle prospettive".
 

Già 2mila biciclette recuperate
Tutto è cominciato nel retro del giardino di Jem Stein nel 2013: sino ad oggi sono state già recuperate 2mila biciclette, donate da cittadini che tramite passaparola e social network vengono a conoscenza del progetto.
E sono sempre di più i casi di rifugiati entrati a pieno titolo nel team di "riciclatori di biciclette". C'è spazio anche per il fitness: ogni mercoledì mattina ci sono lezioni "di guida" per sole donne, in un contesto che facilita anche il senso di integrazione e di appartenenza. "Uno degli aspetti più sottovalutati - spiega ancora Jem - è il senso di isolamento e di pessimismo che alimenta i rifugiati, una volta arrivati in città. Tutto è complicato, incomprensibile, costoso. Il nostro contributo, per quanto contenuto, si rivela in molti casi fondamentale per il percorso di recupero e appartenenza". (VV)
 

(Nella foto di copertina il fondatore, Jem Stein, con uno dei volontari, il meccanico Silla. Credits @James Sharrock Photography

 

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