SEZIONE: WELFARE E POLITICHE GIOVANILI - FINANZA E TRIBUTI
STATISTICHE

Welfare italiano, ma quanto ci costi ancora?

21 Febbraio 2017
 

È stato presentato alla Camera dei Deputati il Quarto Rapporto su “Il bilancio del sistema previdenziale italiano. Andamenti finanziari e demografici delle pensioni e dell’assistenza per l’anno 2015”, un documento di analisi sul sistema previdenziale del nostro Paese realizzato dal Centro Studi e Ricerche di Itinerari Previdenziali, che si caratterizza per una novità: la ripartizione delle entrate contributive e della spesa pensionistica e assistenziale per singola regione e un’analisi di dettaglio delle diverse tipologie di prestazioni per distribuzione geografica, compresi gli assegni vitalizi diretti e di reversibilità. Quanto emerge è chiaro e preoccupante: è opinione diffusa che in Italia si spenda molto meno per il welfare rispetto agli altri Paesi europei, ma in realtà la spesa per prestazioni sociali nel 2015 ammonta a 447,396 miliardi di euro e incide per il 54,13% sull’intera spesa statale, comprensiva degli interessi sul debito pubblico, e del 27,34% rispetto al PIL, cioè uno dei livelli più elevati in Europa. "È evidente che si tratta di un onere difficilmente sostenibile in futuro, che già ora limita gli investimenti pubblici in tecnologia, ricerca e sviluppo, unica via per garantire la competitività del Paese e un futuro più favorevole per le giovani generazioni già gravate da un abnorme debito pubblico”, ha commentato Alberto Brambilla, Presidente Centro Studi e Ricerche di Itinerari Previdenziali.


Quanti sono i pensionati e le prestazioni erogate
Il numero di pensionati è sceso a quota 16.259.491 - in calo di 80.114 rispetto al 2014 (riportando i valori a quelli del 1998) - e anche il numero di prestazioni è diminuito a 23.095.567 (tornando ai valori del 2004). Interessante è il rapporto tra numero di prestazioni in pagamento e numero dei pensionati; in pratica ogni pensionato riceve in media 1,427 prestazioni, il che porta la pensione media da 12.136 euro annui a 17.323 euro, ben al di sopra dei mille euro al mese. Nonostante il calo del numero di prestazioni e quello dei pensioni, la spesa per prestazioni e quella assistenziale è aumentata e ciò si riflette nell’incremento della pensione media (+4,12%). Inoltre, altro dato fondamentale per la tenuta del nostro sistema pensionistico strutturato secondo lo schema della “ripartizione” è il rapporto tra occupati e pensionati che nel 2015 è pari soltanto a 1,388 attivi per pensionato.
 
Il quadro contabile
Nel 2015 la spesa pensionistica relativa a tutte le gestioni (al netto della quota GIAS) è stata pari a 217.895 milioni di euro, con un aumento rispetto al 2014 dello 0,82% imputabile sia alla rivalutazione delle rendite all’inflazione, sia al cosiddetto “effetto rinnovo” che consiste nella sostituzione delle pensioni cessate con quelle di nuova liquidazione che hanno importi mediamente più elevati. A questi due normali fattori si è aggiunto nel 2015 il cosiddetto “effetto Fornero” che ha determinato un boom delle pensioni anticipate. Ne sono state liquidate 148.540 con un aumento del 74% sul 2014 poiché gli assicurati impossibilitati ad andare in pensione dal 2012 a causa dei requisiti più rigorosi introdotti dalla legge Fornero (legge 214/2011) hanno finalmente maturato nel 2015 l’anzianità richiesta.
Nel 2015 le entrate contributive sono risultate pari a 191.330 milioni di euro, segnando un incremento dello 0,91% rispetto ai 189.591 milioni del 2014 ed evidenziando così un saldo negativo tra contributi e prestazioni di 26.565 milioni. Si tratta quindi di un dato tutto sommato fisiologico rispetto all’anno precedente che consente di dare un giudizio positivo sull’andamento complessivo delle gestioni pensionistiche nel 2015, anno in cui, rispetto al 2014, si è avuto un aumento della spesa pensionistica percentualmente minore dell’aumento delle entrate contributive. Diverso il giudizio se si inquadra il disavanzo del 2015 in un arco temporale più ampio che mostra il preoccupante trend storico dei disavanzi degli ultimi anni.

 

La spesa per l’assistenza
Nel 2015 l’insieme degli interventi assistenziali ha riguardato 4.040.626 soggetti per le prestazioni assistenziali pure e 4.265.233 soggetti beneficiari di integrazioni al minimo e maggiorazioni sociali, per un totale di 8.305.859 beneficiari (in riduzione nei 5 anni), cioè ben il 51,34% dei pensionati. Il numero delle pensioni assistite rispetto al totale è molto alto e non riflette la situazione economica generale del Paese. Il costo totale dei trattamenti assistenziali per il 2015 ammonta a 103 miliardi, completamente a carico della fiscalità generale.
In questi ultimi 5 anni sono in continua crescita le pensioni di invalidità civile e le indennità di accompagnamento che per il 2015 sono rispettivamente 934.995 e 2.045.804 prestazioni.
In crescita anche le pensioni e gli assegni sociali giunti a 857.003 mentre le pensioni di guerra, in calo fisiologico, si attestano a 74.649 dirette e 128.175 indirette. A queste vanno aggiunte le altre prestazioni di natura assistenziale, tutte in calo rispetto agli anni precedenti: a) l’importo aggiuntivo delle pensioni a favore di 517.717 titolari di pensioni al di sotto del trattamento minimo (quasi il 70% donne), per un costo di 78,7 milioni di euro; b) le pensioni con maggiorazioni sociali per livelli reddituali bassi pari a 947.212 di cui il 70% circa erogate a donne con importi medi annui di circa 1.480 euro e un costo totale di 1,4 miliardi; c) l’importo aggiuntivo, la cosiddetta quattordicesima, per i titolari di pensione con 64 anni e più il cui reddito complessivo non supera 1,5 volte il trattamento minimo del FPLD, per un totale di 2.199.756 prestazioni, in calo rispetto agli anni precedenti ma destinata ad aumentare dal 2017 a seguito della legge di bilancio per il 2017, con importo medio di 396 euro, con beneficiari per il 77% donne e un costo totale di 815,8 milioni di euro; in totale queste prestazioni costano 23.532 milioni. Poi ci sono le integrazioni al minimo i cui beneficiari sono 3.318.021 per un costo totale di 9,345 miliardi (in calo negli ultimi 5 anni).
 
 
La regionalizzazione del bilancio previdenziale italiano

Una delle maggiori novità di questo Rapporto è costituita dall’analisi del sistema pensionistico, comprensivo di alcune prestazioni assistenziali, anche a livello territoriale, che consente di valutare quanto ciascuna Regione paga e incassa per le singole prestazioni, offrendo così ulteriori dati utili alla corretta comprensione del “tema” pensioni e assistenza.
L’analisi della distribuzione delle diverse tipologie di pensione (anzianità, vecchiaia, invalidità e superstiti) a livello regionale è molto importante perché spesso buona parte degli squilibri pensionistici deriva proprio dai disavanzi regionali tra contributi e prestazioni e tra pensioni contributive e quelle assistenziali.  Emerge che le regioni con la percentuale più elevata di pensioni di anzianità erogate sul totale sono quelle del Nord Italia (Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna e Veneto), mentre gli ultimi posti sono occupati dalle regioni del Centro Sud e quelle a statuto speciale, ad eccezione della Sicilia che si trova a metà classifica; le regioni del Centro-Nord (Lombardia, Emilia Romagna, Lazio, Piemonte, Veneto e Toscana) erogano il maggior numero di pensioni di vecchiaia rispetto al totale mentre le regioni del Sud (Campania, Lazio, Sicilia Puglia) occupano i primi posti della classifica per numero di pensioni di invalidità.
Guardando al numero di pensioni ai superstiti, i rapporti più elevati si distribuiscono tra Nord e Centro Italia (Lombardia e Lazio in testa). Sono stati analizzati i tassi di copertura cioè quanta spesa previdenziale è finanziata dai contributi per ogni singola regione. L’unica regione con un valore positivo è il Trentino con 106,61, segue la Lombardia con un tasso di copertura pari al 97,11% e il Veneto con 95,33%; Lazio ed Emilia Romagna si attestano attorno all’87% mentre tutte le altre regioni registrano un livello inferiore al 75%. Per macro aree troviamo il Nord con una copertura media dell’86,68%; il Centro con una media del 77,25% mentre il Sud si attesta sul 51,33.

 

(VV)

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